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Un grande giornalista, Gaetano Afeltra, classe 1915, dà il suo personale addio alla vecchia moneta con i ricordi della sua giovinezza ad Amalfi e Milano
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''Ma tu la mille lire l’hai vista mai?''
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Era la battuta finale dello spettacolo in cui il grande attore napoletano Raffele Viviani fantasticava sui sogni che si sarebbero potuti realizzare con una sola di quelle mitiche banconote…
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Premetto che di economia non capisco nulla, così come di fisica. Pressappoco così mi accade oggi per il cambio della nostra moneta con l’euro. Un amico mi ha spiegato, e qualcosa comincio a capire. La questione dell’euro è un fatto psicologico, poi dopo il primo momento tutto diventerà facile e la nuova moneta acquisterà un valore umano e familiare, alla stessa maniera della cara vecchia lira.
Certo alla moneta attualmente in corso sono legati molti teneri ricordi: l’infanzia, la Prima Comunione, la Cresima, mia madre vedova, che per mantenermi in collegio (eravamo nove figli) vendeva case e pezzi di terra per pagare la retta. Due magazzini sul corso di Amalfi, la mia città, una specie di via della Spiga, venduti nel 1933 alla fruttivendola Amalia per 10.000 lire e una casa sulla collina, con vista sul mare, ceduta a Raffaelluccio Esposito, buonanima, sagrestano della Cattedrale, per 8.000 lire: due camere, una cucina e un bagno (per modo di dire). Anno 1934. Poco dopo, per mantenere mio fratello seminarista all’Università Gregoriana di Roma, un’altra casa di tre camere in pieno centro andò via per 12.000 lire.
Per la Prima Comunione la mamma mi regalò 5 lire, ma il giorno dopo mi accompagnò all’ufficio postale per versarle sul libretto di risparmio. Com’era bello quel libretto color verdolino, grande come un quaderno, con lo stemma sabaudo in mezzo sormontato dalla scritta ad arco: Regie Poste d’Italia. Libretto di risparmio n°… intestato a Afeltra Gaetano. Il mio nome era scritto in caratteri gotici. Quel libretto era per me come un diploma di personale ricchezza. Tutti in famiglia avevamo il libretto di risparmio postale, li teneva la mamma e odoravano di fiori di lavanda perché li metteva nei cassetti del comò sotto la biancheria ricamata del suo corredo nuziale.
A me papà dava due soldi alla domenica. Prendeva la moneta dal gilet e mi raccomandava: “Vedi come li spendi”. Era di bronzo, ma per l’uso era diventata nera, era grande come le cento lire di oggi. A Natale, a Pasqua, ai compleanni e agli onomastici il regalo era più generoso, poteva arrivare fino a due-tre lire. Tutto però finiva nel salvadanaio di famiglia nascosto nella libreria dietro la “Divina Commedia” illustrata da Doré, tre volumi col dorso di pergamena. Quando il salvadanaio era pieno facevamo una gita a Pogerola o a Tovere, due villaggi amalfitani, due angoli di Paradiso. La mamma, la sera prima, preparava un timballo di maccheroni, croccchette di patate, cotolette, e al mattino si partiva.
Il giorno che a Milano vidi per la prima volta a teatro Raffaele Viviani, il grande attore napoletano, interpretava una sua commedia nella quale c’era una scena indimenticabile. Fantasticando con un amico sul progetto di grandi imprese con prospettive lucrose, Viviani s’interrompeva di colpo e chiedeva: “Ma tu la mille lire l’hai vista mai?” “No”, rispondeva l’amico. E lui, Viviani, allargando le braccia in un gesto di stupore e di ammirazione, diceva: “E’ tanta, è tanta!”. E nell’ampio gesto dilatava quasi all’infinito la misura delle mille lire. Poi, giù il sipario.
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L’euro è la via giusta per arrivare ad uno Stato federale europeo? |
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