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Le prove su strada di EuroItalia
Odiati “centesimini”, così gli italiani arrotondano
La generosità dei napoletani:“Signora, non ho il resto, prenda due carote…”La praticità dei milanesi: “Facciamo un conto unico e arrotondiamo…”
    16/1/2002
:: Napoli - Prime settimane di convivenza tra lira ed euro a Napoli, città-bazar per eccellenza. Lo shopping, in compagnia di madre, sorella, due nipoti e vari kit di monetine, comincia nella zona di San Pasquale a Chiaia. Per parcheggiare l’auto compro tre tagliandi a tariffa oraria in un bar lungo la riviera e pago con “una diecimila lire”. Sbircio dentro la cassa, riconosco le nuove monetine divise nei vari scomparti, mi faccio coraggio e chiedo al cassiere: “Mi può dare il resto in euro?” “Lo vuole in euro?” mi fa un po’ stupito, e subito sposta le dita sul convertitore. “Cinquantadue centesimi di euro, ecco a lei. Contenta?”.

Effettivamente esco dal bar soddisfatta. Ora cerco un bar per fare colazione. Al Ballantynes in via Imbriani, ordino tre caffè e un cornetto alla crema, e chiedo ovviamente di pagare in euro. “Due e settantotto” stabilisce automaticamente una cassa nuova di zecca. Comincio allora a cercare le monetine giuste. Azzardo un pagamento con tre euro, per evitare di impelagarmi nella ricerca di settantotto centesimi. “Purtroppo non ho il resto di ventidue” mi dice gentile il ragazzo alla cassa, “Posso dargliene venticinque”. La generosità napoletana è più forte di tutto, perfino dei centesimi…

Terza tappa il mercatino, una fila di bancarelle che espongono articoli di abbigliamento. Sopra mucchi di maglioni multicolori pendono cartelli con il nuovo prezzo: “Maglie £ 15.000 / 7,75 euro”; “Lupetto £ 10.000 / 5,16 euro”. Decido allora di premiare l’europeismo convinto del venditore di calze, che ha dato la precedenza all’euro in tutti i suoi cartelli dei prezzi. Compro tre paia di calzettoni in microfibra: una moneta da 2, tre monete da 1, e due monetine da dieci centesimi. Cinque euro e venti centesimi, ossia 10.069 lire. L’ambulante intasca, contento di non dover dare il resto. “Ma comunque ce l’avevo…”

Davanti al negozio di giocattoli Nurserie mio nipote reclama un regalo. La madre decide per la favola del “Re leone”. Entriamo. Un uomo e una donna armeggiano con la cassa, a noi non fanno caso come se fossimo invisibili. “Vedi? E’ facile” dice lei a lui. “Digiti la cifra in euro, e non devi neanche mettere la virgola, ci pensa lei da sola...”. La cassa è pronta insomma, i titolari un po’ meno: chiediamo il resto di 4.100 lire in euro, ma ci sentiamo rispondere: “Non ce l’abbiamo ancora...”.

Il fruttivendolo non ha monetine e mi regala due carote. In piazza Rodinò entro nella drogheria Menichiello, famosa per le primizie e le specialità di tutta Italia. Scelgo tre confezioni di yogurt greco. Moltiplico mentalmente 1 euro e 14 per tre e mi avvicino alla cassa con il mio kit di monete in mano, cercando i tagli giusti. Ho appena trovato gli ultimi due centesimi quando il proprietario esclama: “Non potete pagarmi in lire? “Comunque prima o poi bisogna cominciare...” provo a rabbonirlo io. “Le file ai bancomat o alle poste allora? Che le abbiamo fatte a fare?” A quel punto si china e tira fuori quattro banconote da 20 euro che mi sventola sotto il naso. “Una signora stamattina me le ha portate e mi ha chiesto di cambiargliele. In lire!”

Antipatia per la nuova valuta che apparentemente non riguarda la macelleria De Luca: per salsicce, arista e spezzatino i prezzi in euro sono indicati chiaramente in vetrina. Ma quando voglio pagare vitello e hamburger con tre banconote da 10, la risposta è che ancora non hanno resto e che più a lungo si paga con la lira meglio è. Per loro. Quarantasettemila lire di carne, saluto e me ne vado. Mi viene in mente che mi manca il pane. Mi infilo nella Salumeria Jovino, e incrocio le dita: se pure qua mi fanno storie, addio pane. Non ho più una lira, nel vero senso della parola. “Quanto?” chiedo disinvolta alla cassa. “Zero e settantasette o millecinquecento lire. Come preferite” mi dice il signore alla cassa con precisione svizzera. Moneta dopo moneta, lascio cadere sul bancone settantasette centesimi esatti. Alzo lo sguardo, il cassiere sorride e mi stringe la mano. “Complimenti, lei è la prima”: “A pagare in euro?”. “No. A pagare in euro senza andare in tilt”.

Milano - Preferisco fare la spesa nei negozi e nei mercati, non sopporto il gigantismo dei centri commerciali. E poi, con i miei amici piccoli commercianti riesco a dare un’occhiata a quel che accade dietro il banco, nel “backstage”, come si dice oggi, e scoprire i piccoli segreti delle merci, delle consegne, della contabilità. Così ho scoperto le piccole angustie del mio edicolante: i fornitori gli mandano gli articoli prezzati solo in euro ma la fattura per migliaia di articoli (tra quotidiani, settimanali, mensili, cassette e cd) riporta prezzi con sei decimali dopo la virgola. Il mio povero edicolante deve fare somme chilometriche per paura che il gioco dell’arrotondamento lo penalizzi.

La farmacista teme un pesante aggravio degli oneri contabili: “Il libro dei corrispettivi” (che indica le entrate della giornata) va compilato ora esclusivamente in euro, anche se la cassa è piena di lire. Così come “la prima nota” (che indica le spese giornaliere). E ciò anche se si fanno spese in lire. Anche il mio libraio scalpita: meglio sarebbe stato fare come la Germania e saltare il periodo di doppia circolazione (che significa anche doppia contabilità). Insomma, una filosofia del tipo: “cosa fatta capo ha”. Piano piano, intanto, si va affermando tra i commercianti una spontanea strategia di marketing: proporre un “pacchetto” di consumazioni da pagare tutte in una volta. Lo fanno già i baristi (10 cappuccini = 11,4 euro). In macelleria, dai primi dell’anno c’è una doppia novità: la nuova moneta e la carta d’identità della carne. Ho visto consumatori chiedere al venditore numerose informazioni su entrambe le innovazioni.

"Meglio ora che qualche mese fa, in piena crisi mucca pazza, quando in macelleria non si entrava nemmeno" commenta il titolare. La circolazione dell’euro ha creato meno problemi ai negozianti di abbigliamento: per loro c’è il pos, la macchinetta per il pagamento elettronico con bancomat o carte di credito. Ma chi salda in contanti certo non è facilitato dalla conversione “letterale” espressa sui cartellini dei prezzi: una camicetta che costava 150.000 lire oggi si paga 77,47 euro. Nel giro di qualche settimana costerà 77,50 euro. Un arrotondamento inevitabile, che libera degli spiccioli e semplifica la vita di dettaglianti e consumatori.

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