|
 |
|
|
 |
 |
 |
|
 |
 |
Lavoro & moneta unica
|
 |
 |
Differenze retributive anche del 100%. L’Europa degli stipendi sembra il regno dell’ingiustizia sociale. Ma in realtà...
|
 |
 |
|
 |
 |
 |
:: |
Moneta uguale = stipendi uguali? No, l’equazione non funziona. Se c’è una conseguenza che l’adozione dell’euro proprio non porterà con sé è l’equiparazione degli stipendi a livello europeo. Almeno non a breve termine.
I lavoratori italiani manterranno la loro posizione centrale nella classifica continentale, preceduti dai colleghi scandinavi, tedeschi e francesi e seguiti da spagnoli, greci e portoghesi. “Nel breve periodo l’unica conseguenza potrebbe essere la standardizzazione delle retribuzioni all’interno delle grandi multinazionali – sostiene Carlos Manuel Soave, executive director dell’area sales and marketing di Michael Page International -. Le buste paga diventeranno più confrontabili e quindi si avvierà un processo di avvicinamento fra le diverse filiali”.
Insomma, la prima conseguenza pratica sarà che l’impiegato di Bologna potrà confrontare la cifra che figura sulla sua busta paga con quella che compare sull’analogo foglio del collega di Amsterdam, Marsiglia o Berlino.
La moneta unica non abolirà, ovviamente, i diversi sistemi di tassazione, che influiscono pesantemente sul livello finale delle retribuzioni.
Anche i dati inseriti nella foto qui sopra sono considerati al lordo del peso fiscale, che varia in modo consistente da paese a paese. “Cambiare la moneta non significa cambiare le variabili che influiscono sul mercato del lavoro – commenta Paolo De Vincentiis, direttore commerciale della filiale italiana di Adecco, la principale società di lavoro temporaneo presente a livello europeo.
– Almeno a medio termine bisognerà evitare di riporre eccessive speranze nell'euro: potrebbero ridursi le distanze con i paesi più evoluti, si avvierà probabilmente un processo di riflessione sulle differenze, ma non potrà cambiare molto se non cambieranno anche tutta una serie di variabili socioeconomiche”.
Una conseguenza pratica però potrebbe esserci: “Gli stipendi in euro saranno più leggibili – sostiene ancora De Vincentiis – e questo potrebbe innescare un processo di spostamento per le professionalità più ricercate. Sarà più facile per un lavoratore scegliere se cambiare paese proprio in base alla convenienza economica”.
“Al di là della semplice conversione in euro degli stipendi – è l’opinione di Marco Solaini, executive director dell’area finanza di Michael Page – bisognerà vedere se la moneta unica porterà anche a una effettiva mobilità transnazionale.
Oltre alla moneta unica ci vuole un mercato del lavoro unico, come sta avvenendo ad esempio nell’area finanziaria e bancaria: in questo settore un professionista italiano vale già come il suo collega inglese, perché ha una professionalità spendibile ovunque. Il che è invece un po’ meno vero per un tecnico o un ingegnere”.
Insomma, l’euro non servirà a molto se i lavoratori del vecchio continente non si abitueranno a circolare per i diversi paesi proprio come la nuova moneta. Ma per questo, probabilmente, servirà ancora parecchio tempo e parecchio lavoro.
Daniela Fabbri
|
 |
| vedi tutti gli articoli » |
 |
|
 |
|
 |
 |
|
|
 |
 |
 |
 |
 |
 |
 |
 |
 |
 |
 |
 |
 |
 |
L’euro è la via giusta per arrivare ad uno Stato federale europeo? |
 |
|
 |
 |
 |
 |
 |
 |
 |
 |
 |
|
 |
 |
 |
 |
 |
 |
 |
 |
 |
 |
 |
 |
|
|