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Euro e piccole imprese
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Promosse in eurocontabilità. Bocciate in euromarketing. Ecco perché le piccole imprese rischiano di perdere la sfida dei nuovi mercati
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Per una volta l’Italia delle imprese è stata davvero la prima della classe. Già a gennaio oltre il 70% delle aziende dichiarava (ai ricercatori della Dun & Bradstreet) di avere i sistemi informativi e contabili di base già perfettamente in regola con la moneta unica; il restante 30% aveva comunque avviato il processo”.
Il trionfalismo nazionale richiede qualche distinguo. In primo luogo la ricerca Dun & Bradstreet – la quarta svolta in questi ultimi due anni – si basa sulle dichiarazioni dei responsabili e non su una verifica esterna. Inoltre, i dati si riferiscono ai “sistemi informativi e contabili di base”.
Attenzione alla definizione: ciò significa che l’adeguamento riguarda gli aspetti legati alla fatturazione, con le indispensabili modifiche dei sistemi operativi e gestionali, ma non prende in considerazione gli aspetti più complessivi di un’impresa informatizzata, vale a dire la conversione di sistemi e applicazioni informatiche per la finanza, il controllo, la gestione del personale e il supporto alle decisioni.
Insomma, l’introduzione dell’euro è stato visto dalla maggioranza come un puro problema contabile e non come l’occasione di un adeguamento strategico complessivo dell’impresa alle nuove sfide dei mercati.
La conferma arriva da un’altra indagine, “Euro e impatto sui sistemi gestionali”, svolta su un campione di mille aziende italiane da parte di Sirmi per conto di Assintel (l’associazione delle imprese di software e servizi).
Qui appena un 2,6% degli intervistati ha indicato tra le priorità la necessità di adeguamento delle strategie di marketing; e addirittura uno striminzito 0,6% ha accennato alla maggiore possibilità di concorrenza estera, sia come pericolo sia come occasione per allargare il proprio contesto competitivo.
Spiega Andrea Maserati, presidente della Federazione economia digitale che ha curato la ricerca. “Ora le imprese si trovano a dover ridefinire le politiche di prezzi e arrotondamenti, a sostenere un impatto psicologico e di iniziale contrazione dei consumi ma soprattutto a confrontare i propri prezzi con quelli di una concorrenza molto più vasta.
E, visto che con l’euro aumentano le opportunità di e-commerce e di acquisti on line da una pluralità di fornitori (il cosiddetto e-procurement), chi è in grado di cogliere subito le occasioni con l’adeguata infrastruttura tecnologica si crea un notevole vantaggio competitivo”.
Secondo il direttore di Sirmi, Enrico Acquati, oltre due terzi delle imprese italiane non ha stanziato alcun budget di comunicazione né previsto un piano di riorganizzazione commerciale e di marketing adatto nell’era dell’euro.
Di Marco Gatti, direttore di “Week.it”
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L’euro è la via giusta per arrivare ad uno Stato federale europeo? |
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