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Italia, virgola
Nuovi soldi, vecchio Paese
L’italiano medio alle prese con i decimali e con il “nuovo mondo” della virgola
Giampiero Mughini    31/1/2002
:: Il mio primo incontro con i decimali dell’euro, un incontro che paventavo dopo le tante frenesie che ne erano state scritte sui giornali, è avvenuto alle 13 del 7 gennaio su un treno Eurostar che da Milano mi conduceva a Roma.

Ero andato alla caffetteria sita nel vagone numero 5 del treno a comprare un tramezzino e un’acqua minerale. Una spesa da 3 euro e qualcosa. Ho dato una banconota da 10 euro, sono stato sommerso da non so più quante monetine – che non sapevo distinguere una dall’altra – da 50 centesimi, da 10, da 5…

Era per me un debutto, un debutto simbolicamente importante, eppure non era quello che pensavo. Pensavo alla situazione di disagio e di ricatto che ne era all’origine, al fatto cioè che alcuni lavoratori del servizio ristorazione dei treni Eurostar erano entrati in sciopero quella mattina, e perciò niente pranzo sui treni più cari d’Italia. Niente di niente.

Nella caffetteria c’erano solo panini e qualche bottiglia di acqua minerale, ma poche e contate. I viaggiatori che erano in fila dietro di me non hanno trovato nulla e non hanno potuto comprare nulla, in lire o in euro che fossero. Uno di loro ha detto: “Siamo in Italia, non possiamo aspettarci di più”.

Ecco, questo mi ha colpito. Euro o non euro, decimali o non decimali, siamo ancora in Italia, nel paese di ogni disordine, di ogni sciopero, di ogni strazio. Niente affatto in Europa. Anche se ora c’è la virgola.

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